L'arte dell'accecamento


L'Art à perte de vue recita il titolo originale di questo recente saggio di Virilio, ovvero «l'arte a perdita d'occhio», sopravvissuta alla strumentalizzazione dei regimi totalitari, entrata a far parte della cultura di massa negli anni Sessanta in virtù di una sovraesposizione mediatica e audiovisiva delle sue stesse procedure e destinata, come scrive Virilio, «a sfociare nell'allontanamento delle sensazioni immediate». Per comprendere la necessità che spinge l'Autore a confrontarsi con i mutamenti paradigmatici dell'estetica visuale più recente, dopo aver già indagato gli effetti generati nelle nostre coscienze dalla dematerializzazione dello spazio pubblico (Città panico, 2004) e dall'ordinarietà dell'incidente e della catastrofe (L'incidente del futuro, 2002), si deve partire dalla premessa con cui egli considera la condizione sociale delle democrazie avanzate alla luce dello sviluppo tecnologico. In relazione agli orizzonti di attesa collettivi, storicamente segnati dall'esperienza bellica della Prima e della Seconda guerra mondiale e dall'ormai dimenticata minaccia di un conflitto nucleare, Virilio registra infatti uno spostamento delle nostre ansie e nevrosi da una condizione di paura (tipica della Guerra fredda) a una di terrore incontrollabile, di autentico «panico freddo». Responsabili di questa emergenza non sarebbero le presunte minacce di un terrorismo globale, quanto piuttosto gli effetti di una realtà percepita globalmente con gli occhi della simultaneità e ubiquità multimediatica. Non solo accelerazione del tempo, quindi, ma anche sconvolgimento degli spazi di percezione, che crea l'illusione fatale per lo spettatore/attore sociale di essere parte di una comunità pur restando solo, di spostarsi pur restando fermo. In un regime di «teleobiettività» il cui unico criterio resta per ciascuno quello di vedere o essere visto contemporaneamente e in ogni luogo, il sentirsi minacciati è conseguenza di un pericolo avvertito costantemente e sincronicamente ovunque. Virilio illustra i sintomi più acuti di questa trasformazione come un fatto sociale totale, che investe la cultura ad ogni livello. Alcuni esempi vengono tratti dall'architettura civile, ormai vincolata al progetto di prestazioni esorbitanti; dalle performance di artisti come Yves Klein, pittore senza opera, autore senza autorità che sostituisce ed esibisce la propria immagine dematerializzata nel logo o nella pagina bianca; dai Land Artists americani, influenzati da una visione "satellitare" del paesaggio; dalle stesse politiche di promozione culturale, che con operazioni di marketing volte a un pubblico di massa, perdono di vista la qualità intrinseca delle opere in virtù di una loro extra-esibizione.

Dati aggiuntivi

Autore
Anno pubblicazione 2007
Recensito da
Anno recensione 2008
ISBN 9788860300997
Comune Milano
Pagine 88
Editore