La redenzione nella prassi quotidiana

Etica e teologia nell'età contemporanea

  • Fabrizio Rinaldi

    Professore di Antropologia teologica - Istituto Superiore di Scienze Religiose «B. C. Ferrini», Modena

  • venerdì 29 Gennaio 2016 - 17.30
Centro Studi Religiosi

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Prendendo a modello il Vangelo di Giovanni, la teologia politica intende portare alla coscienza il continuo processo che si svolge tra il messaggio escatologico di Gesù e la realtà politica e sociale, e lo fa ponendo la “riserva escatologica” che impedisce di identificare qualsiasi progetto umano di sviluppo con il Regno di Dio. Questo non significa che i cristiani debbano sviluppare un atteggiamento di disinteresse per il presente o di passiva attesa di una salvezza che si colloca al di fuori di questo mondo, al contrario essi sono chiamati proprio dalle promesse divine ad agire nel presente e a opporsi a tutte quelle forme del vivere personale e sociale che sono in dissonanza con l’annuncio evangelico.
Infatti «le promesse alle quali si riferisce la comunità cristiana non sono l’orizzonte vuoto di un’attesa che vaga nel nulla, ma imperativo critico e liberante per il presente» (J.B. Metz). La comunità cristiana è dunque chiamata a entrare nei processi politici e ad assumersi la responsabilità di pianificare il futuro, ma non può fare tutto ciò in modo diretto, come se dalla fede fosse possibile derivare un progetto positivo per la società. Essa invece, a partire dalla promessa di una liberazione per tutti, deve evidenziare i limiti dei progetti già in essere e aprire così la possibilità di un loro superamento: «la comunità cristiana deve scoprire nuovamente questa sua responsabilità “pubblica” – non per una sorta di “autoideologizzazione” che le faccia sviluppare la propria concezione politica e sociale accanto alle altre, ma per far valere quegli elementi critico-sociali che sono impliciti nel messaggio escatologico» (J.B. Metz). La teologia politica, invitando all’assunzione di responsabilità verso la progettazione del futuro, consente inoltre ai cristiani di intersecare la propria fede con la cultura della società moderna evitando di chiudersi in comunità dal carattere, più o meno marcatamente, settario. Metz sostiene infatti che non è più possibile cercare una ragionevolezza della fede facendo riferimento alle antiche categorie cosmologiche, al contrario la speranza cristiana «deve entrare in dialogo critico con le grandi utopie politiche sociali e tecniche, con le promesse di un’universale umanizzazione del mondo che vanno maturando nella società moderna».
In questo dialogo i cristiani devono ricordare che la salvezza divina non nasce dal semplice perfezionamento del presente ad opera dell’uomo ma da Dio stesso, essa non è solo il compimento dei desideri umani, ma anche ciò che li suscita. Essi quindi sostengono una speranza che supera le possibilità di pianificazione e che per questo non può essere formulata in termini positivi né può essere conseguita semplicemente a livello teorico: la radicale novità del futuro promesso da Dio impone un rapporto critico-pratico rispetto all’esistente. La fede nelle promesse divine chiama quindi il credente ad agire in modo critico verso le condizioni sociali in cui si trova, compito questo che tuttavia il singolo cristiano non può affrontare da solo. Infatti, le idee da lui proposte e le azioni che le concretizzano, essendo critiche rispetto alla cultura dominante, non troveranno accoglienza facile e non possono dunque appoggiarsi unicamente sulla sue considerazioni soggettive. È necessario invece che la critica sia istituzionalizzata ossia che la Chiesa divenga una «istituzione critica della società» (J.B. Metz) […]. Per essere un’istituzione critica la Chiesa non può però sottrarre se stessa alla discussione, al contrario essa deve annunciare continuamente la provvisorietà delle sue strutture e dei suoi modi di operare. Infatti la riserva escatologica, in base alla quale essa pone in evidenza i limiti dell’ordinamento sociale vigente, deve essere fatta valere anche nei confronti della Chiesa istituzionale, così che quest’ultima non può essere identificata con il Regno di Dio. Questa non-identificazione non può poi rimanere semplicemente sul piano teorico, ma deve trovare una forma sociale che la renda continuamente presente ed operativa e che Metz identifica con «il sorgere di un’opinione pubblica critica all’interno della Chiesa».
In questo modo diviene possibile per i credenti esercitare una forma di controllo e di critica sia sulle strutture istituzionali della Chiesa, talvolta troppo sacralizzate a dispetto dei condizionamenti storici che le caratterizzano, sia sulle opinioni dominanti diffuse in essa (come ad esempio una concezione della fede molto legata alla vita della classe sociale borghese che tende ad emarginare altre possibilità), sia infine sui comportamenti e gli atteggiamenti discriminanti ancora presenti in alcuni gruppi cristiani.

(da F. Rinaldi, Fede, politica e esperienza di salvezza, Modena, 2013, pp. 22-25)*

(*) I titoli contrassegnati con l'asterisco sono disponibili, o in corso di acquisizione, per la consultazione e il prestito presso la Biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo (lun.-ven. 9-19)

Presso la sede della Biblioteca, dopo una settimana dalla data della conferenza, è possibile ascoltarne la registrazione.

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